Non pensare solo al CV

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

Il CV “tradizionale” nella maggior parte dei casi parla solo del nostro passato: contiene l’elenco delle esperienze che ci hanno permesso di acquisire le nostre qualità professionali.

È una carta di identità: da solo non ti trova lavoro. Va inserito in strategia di ricerca che è composta di comportamenti di vendita, in cui il CV è solo l’etichetta sul prodotto principale – che sei tu.

Può essere richiesto espressamente, o tramite un annuncio, per una figura professionale precisa. E’ nato così, ha funzionato più o meno dignitosamente per circa 30 anni – fino alla fine degli anni ’80 – e fin qui tutto bene. Il problema è che man mano che perdeva di efficacia per questi motivi…

  • i mercati del lavoro si restringevano
  • diventavano assurdamente complicati
  • e sopratutto: venivano digitalizzati

…sul CV hanno continuato a dire (e scrivere) tutto e il contrario di tutto.

E, stranamente, se oggi si parla di ricerca di lavoro è ancora uno degli argomenti più gettonati, quando non è addirittura l’unico a disposizione di chi si dovrebbe occupare di supporto alla ricerca di lavoro.

Ci sono lezioni, conferenze, siti web, enciclopedie sulle tipologie di CV, una intera letteratura e un ordinamento metafisico a disposizione per scrivere il migliore CV del mondo.

Che rischia di non funzionare più. Oltre che per rispondere ad un annuncio (per cui sembra obbligato), l’invio del CV come strategia attiva di ricerca del lavoro non supera il 2% di successo. Perché parlarne tanto allora? Ci deve essere qualcosa che non va… ecco almeno 2 motivi:

Primo: perché siamo pigri. Preferiamo spedire senza fatica della carta, delle mail o infilarci in grandi, magiche banche dati o universi virtuali pieni di foto,  messaggini, pulsantini e pubblicità;

Secondo: perché siamo timidi. La carta, la mail, il computer ci proteggono. Sono materiali isolanti. Può essere imbarazzante anche solo pensare di andare a parlare con un’altra persona che non conosciamo. Figuriamoci se non sappiamo nemmeno cosa dirle perché non abbiamo idea di che lavoro offriamo.

Queste due debolezze delle persone in ricollocamento hanno fatto del CV un oggetto magico. Che ovviamente da solo non funziona, e non ha mai funzionato oltre il 2% negli ultimi 30 anni.

Tranquillizzati quindi: il CV non è altro che l’etichetta su un barattolo (e dentro c’è il tuo utente che deve trovare lavoro). Descrive quello che contiene, elenca tecnicamente i suoi ingredienti, e magari per aiutarci ci mostra una immagine del contenuto.

Una etichetta graficamente decente ci dice anche a che cosa serve il contenuto di quel barattolo: e magari ci dà un paio di consigli su come usarlo.

Ma da sola, una etichetta non vende il prodotto. Non fa trovare lavoro al tuo cliente, perché non comunica quello che il selezionatore vuol sapere, cioè:

  1. se sa fare quel lavoro
  2. se ha voglia di farlo
  3. se il tuo utente e compatibile con quell’ambiente di lavoro e con quelle persone.

Per tornare alla nostra analogia con il barattolo, compreresti con tranquillità un barattolo di Solanum Lycopersicum* in cloruro di sodio** per condirci degli spaghetti? Se non capisci, non compri, giusto? Se il selezionatore non capisce quello che gli serve, butta nel cestino. E il tuo cliente perde l’ennesima occasione.

Nicola

*Pomodoro **Sale (un barattolo di pomodoro)