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Il selezionatore introverso

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

E certo, ci sono recruiter introversi. Sono i più investigativi e insidiosi, e a noi introversi piacciono di più perché ricalcano il nostro modo di pensare. Esistono neuro-studi che mostrano che agli introversi le altre persone introverse sembrino molto più affidabili e competenti degli estroversi: esatto, una preferenza reciproca tra simili, una specie di razzismo.

I recruiter estroversi invece parlano di più di quanto ascoltino, tendono a compiacersi delle loro domande e del loro status, e a invadere altri ruoli (il loro preferito è quello del community guru), ma essendo chiacchieroni e amanti dei social hanno dei network ricchi con cui riescono ad avere proposte di lavoro interessanti. Per i loro preferiti.

Se sei introverso… o addirittura al timido (tutti diventano più timidi quando cercano lavoro) ricorda quello che piace e non piace all’introverso che seleziona! Ti segnalo qualche indicazione da condividere:

GLI PIACE:

Che tu faccia domande: non solo lo aiuta a capire come sei risparmiandogli un po’ di fatica, ma lo informa del tuo livello di interesse per quel lavoro e sulla tua compatibilità con quella azienda.

Che tu risponda alle sue domande: rispondi alla domanda che ti ha fatto lui, e non all’esigenza di dire quello che vuoi tu, o di fargli dire quello che vuoi tu. I candidati che cercano di manipolare il corso dell’intervista, deviando le domande sulle risposte che vogliono dare loro, lo irritano, lo sai?

Che tu ascolti veramente: noi introversi abbiamo un radar sensibile all’ascolto degli altri. Devi ascoltare con attenzione per capire cosa lei o lui spera da quel colloquio, cioè che problemi deve risolvere per la sua azienda.

Che tu sappia perché ti dovrebbe assumere: devi conoscere bene il valore della tua proposta e i problemi che sai risolvere. La tua popolarità, la tua solare ed estroversa simpatia e parlantina lo interessano poco.

NON GLI PIACE:

Che tu pensi di sapere quello che vuole sentirsi dire: quindi, per favore, dai risposte vere alle sue domande. Non forzare la conversazione cercando di dirgli quello che pensi che sia importante per te.

Che ti vanti: una cosa è evidenziare una cosa che hai fatto, un’altra è darti delle arie. Evidenzia dati, fatti, risultati concreti. Se invece parli solo di te, di come sei e di cosa pensi, per lui ti stai vantando. Noi introversi siamo creature strane.

Che usi frasi fatte: dai esempi reali e sensorialmente basati, e parla di comportamenti concreti. Evita le parole astratte e quei termini da Master triti e ritriti che ormai non sanno più di niente (comunicazione, strategico, efficienza, risorsa etc).

Che tu sia vago o sulla difensiva: se ci sono delle questioni evidenti che potrebbero costituire un problema – un lungo periodo di disoccupazione, lavori strani, licenziamenti – non lasciarlo farsi un’idea da solo. Spiega cosa è successo, le tue decisioni, e soprattutto cosa hai imparato da quelle esperienze. Non essere reticente: appariresti sospetto. E noi introversi adoriamo sospettare.

Che tu usi il “noi”: non nasconderti dietro il “abbiamo fatto”, “abbiamo realizzato”, “l’azienda ha fatto”. Deve essere chiaro cosa hai fatto TU.

Chi è troppo disinvolto o espressivo: ricorda che per noi introversi la linea tra disinvoltura e scortesia è sottile, ed è spostata un po’ più indietro rispetto agli altri… nascondi il cellulare, ascolta, non interromperlo, vestiti decentemente, siediti per bene (ricalca i suoi gesti anche se è seduto scomodo). Noi introversi stiamo spesso seduti scomodi (questa non la sapevi…).

“So tutto io”: gli introversi pensano prima di parlare, poiché devono porre l’attenzione all’interno, e spesso hanno bisogno di tempo per rispondere. Risposte troppo veloci a domande complesse non ricalcano lo stile di pensiero dell’introverso. Quindi meglio dire “Non lo so” oppure “Era al di fuori del mio progetto” invece di fare finta di dare una risposta pur di dire qualcosa.

Che non mostri alcuna debolezza: gli introversi tendono a essere modesti e dimessi, e non capiscono chi si sente un superuomo o una superdonna. Tutti gli esseri umani hanno dei limiti, e molti si impegnano per fare quello che devono fare nonostante quei limiti, a partire da noi introversi. Mostra consapevolezza delle tue aree più deboli, e il desiderio di imparare. Senza lamentarti o enfatizzare.

Critiche alle persone: valuta fatti, numeri, risultati e comportamenti, ma non criticare le persone. Impara a dire “non ero d’accordo con quello che ha fatto” invece di “non ero d’accordo con lui”. Si può parlare di cose spiacevoli senza essere spiacevoli.

Nicola

Non pensare solo al CV

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

Il CV “tradizionale” nella maggior parte dei casi parla solo del nostro passato: contiene l’elenco delle esperienze che ci hanno permesso di acquisire le nostre qualità professionali.

È una carta di identità: da solo non ti trova lavoro. Va inserito in strategia di ricerca che è composta di comportamenti di vendita, in cui il CV è solo l’etichetta sul prodotto principale – che sei tu.

Può essere richiesto espressamente, o tramite un annuncio, per una figura professionale precisa. E’ nato così, ha funzionato più o meno dignitosamente per circa 30 anni – fino alla fine degli anni ’80 – e fin qui tutto bene. Il problema è che man mano che perdeva di efficacia per questi motivi…

  • i mercati del lavoro si restringevano
  • diventavano assurdamente complicati
  • e sopratutto: venivano digitalizzati

…sul CV hanno continuato a dire (e scrivere) tutto e il contrario di tutto.

E, stranamente, se oggi si parla di ricerca di lavoro è ancora uno degli argomenti più gettonati, quando non è addirittura l’unico a disposizione di chi si dovrebbe occupare di supporto alla ricerca di lavoro.

Ci sono lezioni, conferenze, siti web, enciclopedie sulle tipologie di CV, una intera letteratura e un ordinamento metafisico a disposizione per scrivere il migliore CV del mondo.

Che rischia di non funzionare più. Oltre che per rispondere ad un annuncio (per cui sembra obbligato), l’invio del CV come strategia attiva di ricerca del lavoro non supera il 2% di successo. Perché parlarne tanto allora? Ci deve essere qualcosa che non va… ecco almeno 2 motivi:

Primo: perché siamo pigri. Preferiamo spedire senza fatica della carta, delle mail o infilarci in grandi, magiche banche dati o universi virtuali pieni di foto,  messaggini, pulsantini e pubblicità;

Secondo: perché siamo timidi. La carta, la mail, il computer ci proteggono. Sono materiali isolanti. Può essere imbarazzante anche solo pensare di andare a parlare con un’altra persona che non conosciamo. Figuriamoci se non sappiamo nemmeno cosa dirle perché non abbiamo idea di che lavoro offriamo.

Queste due debolezze delle persone in ricollocamento hanno fatto del CV un oggetto magico. Che ovviamente da solo non funziona, e non ha mai funzionato oltre il 2% negli ultimi 30 anni.

Tranquillizzati quindi: il CV non è altro che l’etichetta su un barattolo (e dentro c’è il tuo utente che deve trovare lavoro). Descrive quello che contiene, elenca tecnicamente i suoi ingredienti, e magari per aiutarci ci mostra una immagine del contenuto.

Una etichetta graficamente decente ci dice anche a che cosa serve il contenuto di quel barattolo: e magari ci dà un paio di consigli su come usarlo.

Ma da sola, una etichetta non vende il prodotto. Non fa trovare lavoro al tuo cliente, perché non comunica quello che il selezionatore vuol sapere, cioè:

  1. se sa fare quel lavoro
  2. se ha voglia di farlo
  3. se il tuo utente e compatibile con quell’ambiente di lavoro e con quelle persone.

Per tornare alla nostra analogia con il barattolo, compreresti con tranquillità un barattolo di Solanum Lycopersicum* in cloruro di sodio** per condirci degli spaghetti? Se non capisci, non compri, giusto? Se il selezionatore non capisce quello che gli serve, butta nel cestino. E il tuo cliente perde l’ennesima occasione.

Nicola

*Pomodoro **Sale (un barattolo di pomodoro)

Oltre il CV

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

Uno dei modi per farti conoscere dai potenziali datori di lavoro consiste nell’invio, a mezzo posta o via e-mail, del CV con una lettera di accompagnamento per essere convocato a un colloquio. Purtroppo molti disoccupati sembrano conoscere solo questo modo per proporsi, che ha dei vantaggi e degli svantaggi:
vantaggi: il curriculum può essere spedito, senza troppa fatica, a migliaia di aziende;
svantaggi: il curriculum funziona per i candidati con esperienza professionale, oppure con diploma o laurea di tipo tecnico e scientifico, che sono più scarse nel mercato della selezione.

È quindi molto raro per un “neo” (diplomato o laureato) ottenere dei colloqui mandando centinaia di curriculum a caso. Il curriculum deve essere accompagnato da una buona lettera di motivazione, in cui spiegare il motivo per cui si scrive a quella azienda e illustrare i propri obiettivi professionali. E come se non bastasse, alla base dell’inefficacia di questo strumento c’è sempre lo stesso fatto, di cui abbiamo già parlato: molte aziende cercano personale tramite network. Ma non è solo un problema delle aziende: la maggior parte dei disoccupati stessi inviano il loro curriculum sempre alle stesse aziende: quelle grandi, quelle conosciute, quelle che fanno pubblicità, quelle che si vedono per la strada, mentre la maggior parte delle altre aziende (circa il 90%) non ne riceve nessuno… incredibile ma vero!

Queste le cattive notizie sul curriculum. Ora le buone notizie: inviare il curriculum può essere una buona occasione per avere un motivo per contattare personalmente l’azienda (o per portarglielo di persona), cioè essere uno strumento per l’autocadidatura successiva. Telefonare per sapere se il tuo curriculum è arrivato è un modo semplice per creare una occasione per una telefonata, per un contatto diretto.

Questi brevi consigli parlano dei temi che affrontiamo quotidianamente con le persone che stanno cercando lavoro. Il bilancio delle competenze, i Corsi sulla ricerca del lavoro e il coaching possono migliorare le tue capacità di muoverti sul mercato del lavoro.

Colloquio: qualche parola di troppo può rovinare l’esito

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

Una cosa che osserviamo spesso nei colloqui è la tendenza dei candidati a dire cose con cui si mettono da soli fuori gioco. E’ molto comune, e si manifesta con il dare messaggi negativi, così, tanto per dire qualcosa e rompere i momenti di silenzio. “E’ da un po’ che non lavoro, ma so che quel lavoro lo posso fare”. “Non so se so fare quel lavoro, ma penso di poter imparare”. Purtroppo spesso dire queste cose comunica incertezza e mancanza di conoscenza e fiducia in sè stessi, che possono essere comunicati non solo da insicurezza, ma anche da comportamenti di superiorità, aggressività, distrazione o scarsa energia durante il colloquio.

Quindi fai una cosa utile: aiuta i selezionatori a farsi una idea chiara su di te. Vogliono sapere tre cose:

  1. che sei capace di fare quel lavoro
  2. che hai voglia di farlo
  3. che in quell’ambiente di lavoro “funzionerai” bene

Tutto il resto, troppe cose dette in più rischiano di fare un po’ di confusione, e di trasmettere messaggi ambigui che possono rovinare l’esito del tuo colloquio.

Questi brevi consigli parlano dei temi che affrontiamo quotidianamente con le persone che stanno cercando lavoro. Il bilancio delle competenze, i Corsi sulla ricerca del lavoro e il coaching possono migliorare le tue capacità di muoverti sul mercato del lavoro.

Colloquio: impara a “parlare male” di te

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

A volte nei colloqui esce ancora questa domanda: quali sono i suoi punti di debolezza?

Che piaccia o no (anche se noi pensiamo che sia una domanda senza troppo senso, e che ormai si è sentita un milione di volte) meglio saper rispondere. E qui è incredibile come molte persone a volte prendono il colloquio di lavoro come una confessione personale, e rispondono in modo disastroso a questa domanda, in modo troppo personale, troppo accorato, perfino drammatico… o si fanno sorprendere perchè ai loro “punti di debolezza” sul lavoro non ci hanno mai pensato.

I punti di debolezza hanno a che fare con i tuoi comportamenti osservabili sul lavoro e la consapevolezza che tu ne hai al fine di migliorarvi, e non sono necessariamente i tuoi “difetti”: quelli li conosce tua moglie o la tua mamma. Quindi lascia stare i tuoi difetti, e chiamali “criticità”, che suona meno patologico.

Il primo consiglio è: rifletti e acquisisci consapevolezza di cosa entra in gioco quando “non funzioni” sul lavoro.

Il secondo consiglio: preparati una risposta in cui associ al tuo punto di debolezza anche il lato positivo di quel comportamento, e aggiungi sempre qualcosa sul modo in cui ci stai lavorando per superarlo. Ad esempio: “in genere tendevo a usare poco la delega con i collaboratori, per presidiare direttamente le cose da fare secondo il mio standard, che è sempre molto alto. Poi ho imparato a modulare il mio stile di management a seconda della situazione e dell’ambiente”.

Questi brevi consigli parlano dei temi che affrontiamo quotidianamente con le persone che stanno cercando lavoro. Il bilancio delle competenze, i Corsi sulla ricerca del lavoro e il coaching possono migliorare le tue capacità di muoverti sul mercato del lavoro.

Colloquio: non parlare e basta

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

Cerca di essere anche “visivo”. In un colloquio l’aspetto uditivo è scontato: aggiungi quindi qualcosa che si possa vedere. Una cosa è raccontare cosa sai fare o “come sei”, una cosa è far vedere le responsabilità o i progetti che hai gestito, o come funzionava il lavoro che facevi. Una breve infografica, un disegno che illustri le relazioni che hai gestito al lavoro con numeri, tempi e budget funziona di più. Lo puoi fare anche al momento: esercitati prima del colloquio a disegnarlo dal vivo su un foglio A4. Insomma, la psicologia insegna che parlare e disegnare funziona di più, ci fa capire meglio e le persone si dimenticano meno di quello che diciamo. Se proprio non vuoi disegnare “dal vivo”, disegna prima. Oppure usa il computer: poche immagini, evita le slide del tipo “presentazione aziendale” con i diagrammi preconfezionati di Powerpoint che sono inflazionati e rischiano di non attirare l’attenzione. Il colloquio di lavoro è un momento tuo, cerca di personalizzarlo (ad esempio… piuttosto mostra le cose usando 3 pezzi di Lego, è più interessante e attira di più l’attenzione!)

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Colloquio: “esibisci le prove”

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

Porta con te e mostra le prove dei tuoi risultati. Nonostante si parli tanto di colloquio di lavoro e delle “tecniche” per superarlo, in pochi fanno lo sforzo in più per applicarle veramente. Se hai lavorato bene avrai sicuramente raccolto qualcosa di questo tipo:  premi, riconoscimenti, attestazioni di formazione, responsabilità aggiuntive, conferenze che hai tenuto, progetti pubblicati, articoli, quanti follower hai, e così via.  Il merito va dimostrato in modo concreto. Anche se sono piccole, mica sono cose che riescono a fare tutti.

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Colloquio: parla anche della concorrenza

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

Se hai letto la tattica precedente, completala con questa. Offri, comunica, illustra con dei confronti, dei paragoni tra te e gli altri che fanno il tuo lavoro. Individua dei “range”, delle misure di quello che fai e mettiti a confronto, dicendo per bene a che livello sei. Per questo devi informarti: come, quanto, quando e come lavorano le altre persone che fanno il tuo stesso lavoro. Chi sono i più bravi? Chi sono i peggiori? E te, dove sei? E sopratutto come fai a saperlo e misurarlo? Se riesci a misurarlo vuol dire che sei informato sugli standard di mercato, il che è una buona cosa: indica maturità professionale, attenzione al proprio lavoro e riflessività, cioè sapere che cosa si fa e come lo si fa, che è un indicatore di competenza e preparazione. Informazioni e consapevolezza sono la chiave per presentarsi al meglio – e senza esagerare e diventare brutte persone, un minimo di competitività non fa poi così male.

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Colloquio: crea un portfolio di risultati

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

Un altro breve consiglio sul colloquio: illustra per ogni lavoro o esperienza i progetti (cosa dovevi fare), gli obiettivi raggiunti (cosa hai fatto) e i risultati concreti (quanto, come e dove). Con DETTAGLI: cifre, liste, oggetti, link, foto, tabelle, diagrammi o…. manufatti. Questo è il tuo portfolio. Alle aziende e ai recruiter piace vedere movimento in avanti, in alto, in largo, obiettivi in crescita e risultati in aumento: significa che potrai fare così anche con loro.  Spiega anche come hai fatto: a chi ti seleziona piacciono le persone che hanno consapevolezza e controllo della loro performance – significa che sai ragionevolmente come fare bene le cose e che non ti è riuscito per caso di fare qualcosa di buono. Acquisisci consapevolezza delle tue skill e delle altre risorse professionali… fai un Corso di bilancio delle competenze, serve proprio a questo!

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Alcuni titoli di studio richiesti dalle aziende

(di Nicola Giaconi, psicologo e creatore di Job Design. Tempo di lettura 3 min.)

Il bollettino Unioncamere/ANPAL fornisce una panoramica mensile sui mercati del lavoro nazionali e regionali, con un dettaglio sulle professioni e sui settori di attività che richiedono maggiormente il segmento giovanile. Un dato interessante del bollettino di gennaio ha riguardato le richieste delle aziende sulla base dei titoli di studio. I diplomi professionali più richiesti sono il meccanico, la ristorazione, il benessere e l’elettrico, mentre a livello di diploma di 5 anni emergono amministrazione, finanza e marketing, meccanico e informatico. Le lauree più richieste si confermano quelle economiche, le ingegnerie (in particolare elettronica e informatica) e l’indirizzi di insegnamento e formazione.

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